E’ sempre più consapevolmente miopica l’informazione italiana. Soprattutto per quel che riguarda la politica estera, dove, come una sola voce, dà dell’oggettivo a ciò che invece non lo è. Anzi. In questi giorni sentiamo da più parti, tra un De Mita e un Romano (Olindo), che Fidel Castro ha “abdicato”, ceduto il posto, si è lasciato sopraffare dall’età, ha dato inizio alla transizione. In realtà tutti i dossier, soprattutto quelli delle organizzazioni veramente non governative, dicono che Cuba ha già iniziato una fase di economica ascesa e di transizione da tempo. Il futuro è già arrivato sull’isola del rhum e degli habanos. Da diverso tempo sono stati attuati programmi di modernizzazione, termine diverso dalla nostra accezione tutta etnocentrica, guidati da i nuovi (Pérez Roque in primis) e la vecchia guardia (Raùl in secundis ma non solo). Tutto il resto è la noiosa, ripetitiva e anche un po patetica riflessione superficiale e presuntuosa su quello che, nel bene e nel male, rappresenta Cuba, il suo popolo e il suo anziano leader. Per favore parlate anche (solo) male di Cuba, ma abbiate un minimo di cognizione di causa.
Approfitto dell’occasione per riciclare un mio articolo su “La critica dei topi” del luglio scorso:
Nel 1957 iniziava la Rivoluzione Cubana. Dopo mezzo secolo Fidel Castro è ancora lì, tra continuità e rottura, in uno stato, quello cubano, che vive tra latenti contraddizioni e importanti conquiste sociali, puntualmente ignorate dai mezzi d’informazione nostrani. Castro è arrivato ormai alla fine della sua vita fisica e politica. Ma ciò che la Rivoluzione è riuscita a costruire durante i decenni – superando le innumerevoli aggressioni economiche e militari nordamericane, il fallimento storico del socialismo reale sovietico, la costante crescita neoliberista che caratterizza la situazione attuale di molte nazioni, autoctone e non, del Sud del mondo – è la tenace formazione di una coscienza collettiva capace di trainare in tutta l’America Latina un vento di progresso in senso anticapitalista che caratterizza il panorama politico attuale in molti Paesi del continente, come Bolivia, Venezuela e in parte Cile e Brasile. Questo processo si pone al di là della leadership castrista. Ed è uno spunto di riflessione che prescinde dalla Rivoluzione stessa. In questo senso Castro, ammalandosi, ha lasciato l’isola in buone mani, antiche e nuove, che non hanno finora cambiato una linea capace di assicurare al Paese un miglioramento economico (crescita del Pil del 4% medio annuo), senza rinunciare alle conquiste sociali, dopo il durissimo “periodo speciale” degli anni 90, rimasto ora solo un ricordo. La sanità tra le migliori al mondo, il livello di alfabetizzazione impensabile per qualsiasi altro Paese dell’area, la mortalità infantile più bassa persino degli Stati Uniti e una politica energetica recentemente avviata proprio dalla nuova classe politica del Paese (nei mesi scorsi il WWF, considerata la più importante ong del mondo per il controllo dell’ambiente globale, ha dichiarato che l’insieme delle misure applicate da Cuba per proteggere l’ambiente ne facevano l’unico Paese sulla Terra che risponde a requisiti minimi di sviluppo sostenibile) sono le più importanti conquiste del passato ma anche le ardue sfide del futuro. L’incognita più rilevante dell’imminente dopo-Castro è rappresentata dalla resistenza a tentazioni e attentati (economici, diplomatici e terroristici) neoliberisti, che dovrà porre in essere la nuova e giovane classe dirigente cubana, che non ha vissuto in prima linea le conquiste dei primi anni della Rivoluzione. La stessa resistenza in chiave antimperialista che è stata forse la battaglia più riuscita, estenuante ma coerente, del Líder di una nazione separata da poco più di cento chilometri d’oceano dalla maggiore potenza mondiale.
E’ innegabile che oggi le possibilità di mutamenti di indirizzo appaiono legate quasi esclusivamente all’aumento di pressioni provenienti dall’interno del partito (PCC), dove esistono settori che premono affinché si valorizzi la società civile promuovendo forme partecipative che partano dal basso, e altri, minoritari, che vorrebbero nuove e significative aperture politiche. L’unica cosa certa fin da ora è la necessità di riuscire ad evitare la nascita, a Cuba, di un nuovo modello di ispirazione cinese, caratterizzato dall’unione ibrida e trasformista di una politica economica aperta al mercato in senso capitalistico, anche di stampo statalista (il cosiddetto “capitalismo di stato”) e di una politica sociale che si identifichi nella repressione da parte del regime politico-militare e nella negazione dei diritti sociali elementari.
Un dato di fatto positivo è l’innegabile cambiamento di rotta in senso antiliberista che sta investendo l’America Latina già ormai da alcuni anni. Le vittorie chaviste in Venezuela hanno creato una nuova spinta di sinistra che coinvolge tutto il continente e la dimostrazione lampante è rappresentata dal Mercosur, la comunità cooperativa, economica e solidale latinoamericana, che va sempre più arricchendosi con l’allargamento a nazioni (tra cui Cuba) rappresentate da governi non più disposti a subire l’imperialismo neocolonialista statunitense. Il Venezuela e la Bolivia stanno attuando sempre più radicalmente un processo di re-distribuzione della ricchezza verso i ceti poveri, attraverso la nazionalizzazione delle imprese petrolifere e la recente uscita dalle logiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale. Questo vento sudamericano, se saprà mantenersi e rafforzarsi nei prossimi anni, potrà aiutare il miglioramento della Rivoluzione Cubana in due sensi: dal lato economico, attraverso il Mercosur e lo scambio commerciale Sud-Sud, evitando l’aggravarsi dell’isolamento economico che vive Cuba fin dall’embargo Kennedyano e, dall’altro lato, rafforzerà irrimediabilmente la difesa del continente e della stessa isola caraibica dai ripetuti attacchi reazionari finanziati e diretti dalla Cia, attraverso un processo di formazione della coscienza del popolo in senso combattivo e dell’opinione pubblica in senso educativo.

Pubblicato da Mattia